Acqua a Firenze. Il PD boccia le mozioni e chiude la strada alla ripubblicizzazione

image_pdfimage_print

acquaIl Partito Democratico chiude la strada per la ripubblicizzazione dell’acqua a Firenze. Lo fa bocciando le due mozioni – De Zordo e Spini/Grassi – che con accenti diversi proponevano di opporsi alla legge nazionale voluta dal governo.

La bocciatura è avvenuta oggi nella II Commissione consiliare, attraverso l’autorevole voce dell’ex assessore Tea Albini che ha così totalmente smentito le posizioni individuali e contraddittorie espresse ieri da alcuni consiglieri del suo partito. Il PD, con il voto di oggi, ribdisce con forza la bontà del modello toscano, avversato dai movimenti, che prevede la gestione del servizio idrico attraverso una società per azioni mista pubblico (60%) privata (40%). Un modello che ha anticipato la visione che sta alla base di quanto oggi voluto dalla maggioranza berlusconiana.

A nulla sono servite le firme dei 40.000 toscani che hanno promosso una legge di iniziativa popolare a livello regionale. A nulla sono serviti i punti di forza politici, economici e culturali promossi in questi anni dai movimenti per la ripubblicizzazione dell’acqua. A nulla è servito il buon esempio del modello Parigi, dove il Comune ha completamente ripubblicizzato il servizio. A nulla è servita la protesta dei cittadini che negli ultimi anni hanno visto lievitare le bollette di Publiacqua.

[Fonte perUnaltracittà]

0 Comments

  1. mimmo

    di un pd che fa il verso a forza italia non si sente proprio il bisogno
    quanto deve perdere ancora il pd prima di cambiare rotta?

    Reply
  2. massimo

    speriamo tanto. Io personalmente mi auguro che perda tutto almeno se ne accorge di quello che è lo sbarramento del 4% personalmente non so che farmene del pd e non so che farmene nemmeno di una sinistra che non esiste più a livello partitico. ma ci vuole poi così tanto a capire che la strada è quella dei movimenti e della democrazia partecipata? andiamo pure nelle istituzioni, dove ci sono le stanze dei bottoni, ma andiamoci da vincenti e non da succubi delle logiche di partito.
    massimo

    Reply
  3. Alessandro Tartoni

    L’approvazione del decreto legge che privatizza ufficialmente la gestione delle acque nasconde il fatto che nella sostanza quasi tutto era già in mano di aziende private, molte delle quali multinazionali: e questo in tutta Italia, indipendentemente dal colore politico della realtà locale.
    Le discussioni che tale legge ha generato nascondono a loro volta problematiche forse più cruciali, una delle quali è strettamente legata a quella della collocazione e del ruolo del cittadino all’interno dello spazio urbano e delle acque che vi scorrono, come evidenziato in diversi saggi da Ivan Illich.
    “Un abitare attivo è diventato ormai impossibile in una città” e tanto più nelle città odierne, agglomerati di edifici privi di una vera e propria identità e i cui cittadini, appartenendo a fasce sociali, etnie e ambiti lavorativi spesso completamente diversi l’uno dall’altro, vivono in nuclei abitativi i più vari possibile, progettati dal mercato della casa e ad esso funzionali.
    I cittadini non hanno la possibilità di esprimere e imprimere qualcosa della loro vita sullo spazio urbano: essi “usano e consumano i loro alloggi e tutto ciò che serve loro per vivere” senza caratterizzarli. La maggior parte di loro “non abita nel posto dove trascorre le proprie giornate e non lascia tracce nel posto dove trascorre la notte”; passa i propri giorni, a volte le notti stesse, in fabbriche e uffici, o in automobili, che imprese di pulizie e car-wash disinfetteranno. La città “non registra alcuna delle loro tracce”. Anzi “le tracce che la gente riesce a lasciare nel corso della propria vita sono percepite come sporcizia che deve essere eliminata” – lavata via con acqua sottratta alla terra e trattata chimicamente – come “qualcosa che va riparato, in quanto svalutazione di un investimento”. Il suolo della città non è solo “innocuo per chi ci vive o ci passa, è a prova d’uomo: è indurito contro il deturpamento provocato dal contatto con la vita”. Per questo le città non si possono considerare spazi abitativi e “le persone crescono e muoiono senza avervi realmente abitato”. Per Marcuse “è grazie ai disperati che ci è dato di sperare”, come se in fondo fossero gli unici detentori di abilità da noi perse. Così la capacità di abitare sembra ormai un privilegio degli emarginati del terzo mondo, oppure, raramente, dei barboni che si ritagliano un misero spazio in luoghi non appetibili al mercato. Sono quegli “appezzamenti anarchici su cui la vita dà ancora forma allo spazio”, anche se saranno presto trasformati in baraccopoli dall’industrializzazione.
    In questo senso l’acqua è molto più di un bene comune e certamente non è H2O, ma qualcosa di cui si ha bisogno affinché la città sia un luogo abitabile. Non è un genere di prima necessità o almeno non solamente quello. Va da sé che “è sprecata, inquinata e le conseguenze ecologiche dell’attingerla in modo irresponsabile sono disastrose. Le conseguenze biologiche del suo avvelenamento incontrollabili. La sua distribuzione è ineguale: a Città del Messico il 60% di tutta l’acqua viene distribuita al 3% delle famiglie, quelle più ricche e il 50% delle famiglie, quelle più povere, si deve arrangiare con il 5%”. La gestione delle acque è fatta in gran parte da multinazionali, aziende che per statuto hanno fini di lucro e che ne triplicano e ne quadruplicano il prezzo per finanziarsi. E pertanto è lecito chiedersi, fra l’altro, se è giusto che in questo mercato selvaggio non esista alcun limite a tale prezzo. Tutti questi sono problemi drammatici da risolvere. Ma a monte di tutto ciò s’innesta la considerazione di cosa rappresenta veramente l’acqua: essa non è un deodorante di corpi e di spazi – non lo è stata per cinque miliardi di anni, cioè fino ad un paio di secoli fa – ma il fluido generatore della vita stessa, è la sorgente di purezza “che purifica i morti e battezza i neonati”, un liquido inestimabile e insostituibile, capace di rispecchiare e alimentare i nostri sogni. E questa acqua appartiene assolutamente e inscindibilmente a ciascuno di noi, perché da essa veniamo e nessun governo o azienda ha il diritto di rubarcela mercificandola.
    Michele Serra ha scritto che solamente l’aria, per ora, è rimasta non a pagamento. Purtroppo, ed eccezionalmente, devo contraddirlo. L’aria respirabile è patrimonio di pochi luoghi ormai, e certamente non delle città. I ricchi si ritirano su verdi colline dove guardano dall’alto la cappa grigia sotto la quale annaspiamo noi mortali. In Giappone si vendono da anni bombolette con “aria pura” per decongestionare i polmoni aggrediti da un miscuglio di gas venefici che niente ha a che fare con l’aria stessa. Per l’acqua la cosa iniziò qualche decennio fa con quella minerale in bottiglia.
    Le antiche acque del mito, il fiume Lete, che davano, a chi le avesse bevute, l’oblio della vita terrena, è diventata una risorsa scarsa, che invece di lenire le nostre membra ha bisogno di assistenza tecnica. Per produrre una sola bottiglia di plastica, dove i microbi contamineranno l’acqua in essa contenuta, occorrono trenta litri di questo liquido, ultimo stadio di infinite degradazioni e sfruttamenti del principio di vita.
    Alessandro Tartoni, Prato

    Reply
  4. francesco mantero

    ancora ci stupiamo delle posizioni del PD?
    ancora pensiamo che il Pd, soprattutto a livello locale, dia segnale effettivamente in controtendenzarispetto alle privatizzazioni in atto di acqua, risorse naturali, beni comuni?

    Reply

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *