21 settembre 2018

A Firenze il movimento delle donne

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A Firenze il movimento delle donne e’ stato abbastanza presente e le donne nei movimenti misti pure, insomma sembra che si sia ottenuto un diritto di accesso e non dalla porta di servizio.
E’ vero che le presenze per la parte italiana sono state piu’ di ascolto e di visibilita’ silente che di voce e direzione, ma insomma – date le tradizioni – e’ piu’ di qualcosa. Mi pare di poter dire – sempre salvo errori ed omissioni – che il femminismo si e’ presentato in tre filoni o forme o storie. La Convenzione sui temi specifici della riunione fiorentina, dato che portava col proprio seminario la proposta dell’Europa neutrale; il seminario di storia del movimento, preparato dall’incontro alla Casa internazionale e promosso da illustri sedi
del femminismo; e quello della Marcia di grandissimo successo di presenze, apparso talora un po’ piu’ tradizionale, persino attardato sulla domanda se il femminismo divida il proletariato o no, alla quale – modestamente – mi pare di poter dire che aveva gia’ risposto Engels.
Tuttavia il richiamo della Marcia e’ stato molto grande ed e’ utile che vi sia un luogo che eserciti tale richiamo anche un po’ generico. Quanto a noi della Convenzione – le presenti a Firenze – siamo contentissime, oltre che per l’andamento generale – del fatto che la nostra
posizione (elaborare da un punto di vista di donne proposte rivolte a donne e uomini) abbia avuto una eco cosi’ forte e positiva, tanto che qualche giornale ha scritto che la proposta di introdurre l’art.11 della Costituzione italiana in quella europea e lanciare una campagna per
un’Europa neutrale e disarmata e’ l’unica concreta uscita da Firenze sul tema guerra.
Le donne presenti nei movimenti misti sembrano aver acquisito gli strumenti di analisi del cosiddetto femminismo diffuso e le altre, le piu’ giovani, sono ancora nella nota fase ‘non sono femminista, ma’, comunque significativa.
Nel suo complesso e non piu’ riferendomi solo alle donne, nel movimento mi par di vedere porzioni residuali e decrescenti di aree ostili a una dichiarazione di azione nonviolenta di principio, crescente atteggiamento nonviolento magari non razionalizzato, e interesse a una conoscenza piu’
precisa di cosa sia l’azione nonviolenta: ad esempio l’analisi della Convenzione sui movimenti nonviolenti (sindacato, movimento operaio, femminismo) nella storia d’Europa e sulla disobbedienza civile hanno trovato un riscontro di grande interesse. Mentre la proposta dei
Disobbedienti di fare grandi manifestazioni davanti alle ambasciate americane ecc. ecc. dopo la caduta della prima bomba e’ ancora nella logica della risposta e non dell’iniziativa preventiva, ma ha il pregio di indicare strumenti di azione nonviolenta: e’ molto.
Quanto alle pratiche – sempre con grande sommarieta’ per fissare nella memoria le impressioni piu’ immediate – (il fatto si ripete dai movimenti misti a quelli di genere) direi che vi e’ una specie di gradatio dai Corteofili con aree di disprezzo e rifiuto di ‘altre pratiche’, e di ‘Altre pratiche’ con rifiuto del corteo, con una ricca commistione di posizioni piu’ ragionate, tipo ‘va bene il corteo dato che siamo belli/e e abbiamo cose da dire e da mostrare e vogliamo non essere relegati nei ghetti perche’ disturbiamo il manovratore e perche’ il diritto democratico di manifestare non ce lo deve togliere nessuno’ ma ‘per poter manifestare senza fare solo delle processioni o dei riti ripetitivi e’ importante che ci siano anche altre pratiche, momenti di riflessione ecc.’. La forma gia’ sperimentata a Genova e del resto a Porto Alegre e a Pechino, di un equilibrio vivo tra cortei e seminari sembra pero’ entrata nelle scelte dei piu’.
Chiacchierando nei corridoi e in treno al ritorno ho raccolto una certa mugugnosita’ verso il gruppo dirigente che del resto e’ improprio chiamare cosi’, perche’ ha poco da dirigere, data la grande autonomia delle varie componenti, e non e’ stato eletto da nessuno. Ma non si tratta di
atteggiamenti di delegittimazione del gruppo stesso, che nessuno mette in discussione, quanto di critiche sul prevalere di pratiche ‘partitiste’, con interventi inseriti col bilancino indipendentemente dall’interesse delle cose da dire, scontro tra correnti interne di partiti ecc.: un modo dei partiti di stare nei movimenti del resto non c’e’ piu’, finita la ricca

sperimentazione del Pci verso il sindacato e i movimenti di massa, che non e’ riproducibile -per fortuna- perche’ e’ stata una grande stagione, ma si riferiva a una societa’ molto diversa dall’oggi.
Vi sono aree critiche tra le Donne in nero e in molte altre forme di aggregazione autonoma non facilmente catalogabili, in particolare i movimenti che hanno una pratica soprattutto legata al territorio e che da li’ sperimentano una forma di organizzazione non solo sociale, ma dello
stato del tutto diversa e che si sentono piuttosto trascurati. Per chiudere, una barzelletta: un tipo molto marziale con passamontagna e aggeggi e’ stato fermato da un signora cinquantenne che gli ha levato il velo e gli ha detto puntando la macchina fotografica: ‘o bischero, ti ho
bell’e preso’. Forza degli argomenti e dell’ironia… Ricca la produzione di scritte ironiche sulle vetrine protette da materiali molto scrivibili: tipo ‘Chiuso per mancanza di riflessione’. Tutto e’ bene quel che finisce bene.

[Lidia Menapace]

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