A Firenze arriva il cohousing: una casa da condividere con importanti ricadute sociali

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Abitare insieme...

Intervista con Lucia Evangelisti, attiva nell’associazione Cohousing in Toscana (www.cohousingintoscana.it), che mette insieme chi è interessato a un nuovo tipo di convivenza sociale alternativa ai tradizionali condomini e che promuove questa modalità abitativa innovativa nei confronti delle istituzioni interessate a realizzare progetti di questo tipo sul territorio toscano.

Lucia, puoi spiegare ai nostri lettori cos’è e come funziona il cohousing?
La nostra associazione è nata dall’incontro di persone animate dallo stesso desiderio: contribuire a cambiare il modo di vivere, ereditato da strutture familiari allargate che oggi non esistono più. Ad una grande casa, spesso comprata dal nucleo familiare allargato di un’Italia di parecchi anni fa, si sono piano piano sostituite le esigenze di famiglie costituite da una sola persona, o di coppie appena sposate e senza figli. Gli spazi dell’abitare si sono sempre più ridotti a causa degli alti prezzi e così, in uno stesso condominio, ci sono spesso molti piccoli nuclei che non comunicano e spesso non si conoscono. Da qui l’idea, che ha un nome straniero “cohousing”, perchè è nata e già felicemente sperimentata in varie parti d’Europa. In sintesi: un gruppo di persone che decide di abitare in un unico edificio, non rinunciando allo spazio privato, ma restringendolo a favore di spazi comuni condivisi dove si può cucinare, mangiare, leggere, lavare e stirare, fare bricolage, custodire in un nido i bimbi di tutti e anche di famiglie del quartiere. La partenza di un progetto di cohousing è quindi collegata ad un certo numero di persone disposte a questo tipo di condivisione e ad un grande edificio.

Come si muove la vostra associazione?
Siamo suddivisi in tre gruppi. In particolare il Gruppo Città porta avanti questa filosofia di vita. Chi partecipa deve essere dotato di pazienza. Virtù rara, a giudicare dal fatto che questo gruppo è in continua mutazione: chi si avvicina con interesse e chi scappa valutando le difficoltà da affrontare.

Quali sono le difficoltà più comuni?

Be’, se scegli di vivere in campagna, dovrai cercare a lungo e anche essere fortunato. Ma trovare una costruzione o un terreno in luogo giusto dipende da variabili controllate dalle agenzie immobiliari che operano sul territorio. Se vuoi vivere in città, invece, è difficile acquistare un palazzo nel centro storico, se non hai grandi risorse o sei mosso da intenti speculativi.

E’ qui che entrano in gioco le istituzioni?
Sì, ti devi interfacciare con la pubblica amministrazione e proporre agli amministratori un qualcosa di nuovo. Devi saper spiegare tutti i vantaggi che la città avrebbe se venisse affidato un immobile dismesso a dei cittadini che siano capaci di farlo rinascere come una realtà abitativa incentrata sulla solidarietà, sulla condivisione e sull’interscambio col territorio circostante.

Che risposte avete avuto fin’ora?
Qualcosa si sta muovendo, ultimamente, ma ancora siamo alle dichiarazioni di intenti, come nel nuovissimo Piano strutturale. Il nostro gruppo è già da due anni che si sta muovendo tra le varie istituzioni. Abbiamo contattato l’Arcivescovado e gli Istituti religiosi. Siamo stati ricevuti dalla direttrice dell’Istituto degli Innocenti. Scegliamo, ovviamente, di visitare enti dotati di proprietà immobiliari per esporre la nostra idea di abitare. Ma per ora non abbiamo trovato aperture, perchè a quanto pare questi enti non sono proprietari di immobili dismessi come lo è invece il Comune.

E la Regione Toscana?
Recentemente abbiamo chiesto e ottenuto un incontro con l’assessore regionale alla casa Salvatore Allocca. Che, ovviamente, mette al primo posto, in un progetto di cohousing che spera di poter realizzare, i senza casa. In quell’occasione abbiamo potuto spiegare che un cohousing non si crea spontaneamente. Richiede invece una formazione che Cohousing in Toscana è andata facendosi in questi anni, necessaria per portare a buon fine un modo di abitare condiviso fin dalla progettazione. L’associazione è disponibile a utilizzare il proprio know how sotto forma di corsi da tenere con i cittadini interessati alla formazione: corsi di comunicazione nonviolenta e di metodo del consenso per prendere le decisioni. Crediamo molto nei progetti abitativi pubblico-privati, con modalità da definire.

Per esempio?
Per esempio il Comune potrebbe affidare un immobile dismesso in comodato d’uso ad un gruppo di cohousers, che si impegnano ad eseguire a proprie spese, oltre al progetto architettonico, tutti i lavori non strutturali che comporta la creazione sia degli appartamenti privati che degli spazi comuni, compresi quelli tipo asilo nido o altri servizi che il cohousing offre agli abitanti del quartiere. Qualcuno degli immobili potrebbe essere dato in affitto a persone senza casa, tratte dalla lista comunale, che abbiano la volontà di far parte di un progetto di cohousing.

Qual è il ruolo dei singoli nella costruzione di un progetto di condivisione?
Il cohousing è due cose distinte: una filosofia di vita e una tipologia di alloggi con parti comuni e parti private. Non va mai dimenticato il primo punto. Ne consegue che ognuno dei futuri abitanti dovrà intervenire attivamente nella progettazione con i tecnici e gli altri abitanti del complesso. Nessun progetto architettonico imposto potrà rendere possibile il vero vivere in cohousing. Sarebbe ancora più opportuno inserire piccoli gruppi di persone senza alloggio in eventuali gruppi privati sostenuti dalla pubblica amministrazione. In questo modo si porrebbe fine al degrado che spesso colpisce la struttura delle case popolari e le cui spese ricadono sulla pubblica amministrazione.

I tempi sembrano allungarsi…
Il processo risulta, è vero, un po’ più lento. Ma crea un protocollo che può funzionare da modello nel problema casa e da freno al degrado urbano, quando viene praticato nel recupero di edifici cittadini dismessi di varia provenienza. Caposaldo dell’abitare cohousing è infatti la condivisione. Che si può perseguire ma non è automatica. Se deve funzionare nell’ambito dell’edilizia residenziale pubblica, bisogna che i destinatari degli alloggi sappiano bene cosa significa vivere in cohousing e abbiano modo di mettere in pratica i principi ad esso sottesi. A cominciare da scelte progettuali condivise su spazi comuni. Infatti è solo affrontando e risolvendo problemi pratici relativi all’abitare in condivisione che si creano le basi per farlo in modo amichevole e propositivo.

Le ricadute sembrano interessanti anche per la collettività.
L’assessore Allocca da’ di cohousing una definizione interessante: “…modello che mette nella composizione del condominio l’autoaiuto….”, si comprende che si tratta di una pratica sociale da definire e capire in tutti i suoi risvolti, compreso quello di mantenere in buone condizioni l’immobile, da considerare bene prezioso della collettività. Chi, non possedendo una casa, è portato a considerarne solo l’aspetto di privilegio e non l’attenzione, la cura e le spese che richiede mantenerla in buone condizioni, deve essere coinvolto anche nei problemi di gestione degli spazi comuni. La quasi gratuità degli alloggi e la totale mancanza di richiesta di buona conservazione degli stessi, lungi dal portare benessere sociale, ha creato un’edilizia fatiscente.

Serve quindi un forte protagonismo dei cittadini.

Beneficenza e vittimismo creano cittadini di serie B, quando invece è facile, in un progetto pubblico-privato, far raggiungere ai meno abbienti il pagamento di un affitto mensile calmierato ma non risibile, attraverso prestazioni d’opera quali la manutenzione di spazi verdi, orti o quant’altro. Ovviamente in turnazione con tutti gli altri cohousers.

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