Nous sommes tous Charlie?

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di François Giraudeau, cittadino francese della Comunità delle Piagge

I tragici eventi di Parigi? Dopo lo sconvolgimento totale vissuto tra il 7 e il 9 gennaio, innanzitutto, l’espressione di “tragedia assoluta”; il pensiero ricorrente è che siamo di fronte ad un crinale dirompente: vi sarà, almeno lo si deve sperare, un prima e un dopo queste orrende stragi.

Un anno fa, quasi esattamente, è stata diffusa sulla stampa internazionale la foto della bambina siriana Israa al Masri morta di fame nella città di Yarmuk, assediata dall’esercito di Assad. Da allora, questa foto aveva rappresentato, per me, il simbolo dell’orrore assoluto nel quale vivono e muoiono decine di migliaia di persone intrappolate nel caos medio-orientale e che non possiamo mai dimenticare.

Ebbene, dopo queste tremende giornate, alla foto di Israa al Masri sarà affiancata, nella mia mente, il video della morte di Ahmed Marabet, il poliziotto ferito, accovacciato sul marciapiede del boulevard Richard-Lenoir, che, malgrado il suo gesto di resa, appena abbozzato, viene freddato impietosamente da uno dei due terroristi prima della loro fuga sulla Citroen nera. Oramai, anche questa sequenza rimarrà per me come un simbolo della violenza disumana più assoluta.

Come mi rimarranno vicine le altre vittime cadute durante quelle orribili giornate.

Nel mezzo della tormenta di immagini, ricordi e pensieri che ci hanno travolto durante questi giorni, una delle tante evocazioni è senz’altro quella del settimanale “bête et méchant” (“stupido e cattivo” così come l’équipe stessa si era auto derisa) degli anni 60 e 70, Hara Kiri Hebdo; quest’ultimo, chiuso dalla censura nel novembre del 1970 per via di una copertina ritenuta lesiva della memoria del Général De Gaulle, venne immediatamente sostituito da Charlie Hebdo.

Tra i fondatori di Hara Kiri Hebdo che poi diventeranno quelli di Charlie Hebdo, vi erano due delle vittime della strage del 7 gennaio, Wolinski e Cabu, maestri della vignetta satirica; vi era anche l’italo francese Cavanna, vi erano Reiser, Fred, e anche Willem, scampato alla morte perché restio a partecipare alle riunioni della redazione… Insomma, è il ricordo di decenni di satira sfegatata e irreverente, non sempre condivisibile, ma sempre fantasiosa e ludica per riprendere i termini di Vauro nella puntata di Servizio Pubblico, dedicata, l’otto gennaio, al dramma di Parigi.

Presente poi al presidio dello stesso giovedì sera, in piazza Ognissanti a Firenze, davanti all’Istituto Francese, ho condiviso questi momenti con centinaia di persone presentando la scritta “Je suis Charlie”. Tutti, forse, non erano del tutto “Charlie”, nel senso che non condividevano necessariamente tutto quello che, negli anni, aveva proposto l’ “hebdo”; tuttavia, erano lì, amici, conoscenti e non, tutti con la stessa volontà, con un unico intento, quello di ricordare le vittime della strage in nome della libertà di pensiero e di parola.

E, insieme agli stessi, ci siamo ritrovati alla fiaccolata del venerdì, mossi dallo stesso spirito di condivisione.

E, passando da un gruppo all’altro, ci interrogavamo, ripensando a quegli anni di Hara Kiri. Discutendone, veniva fuori il fatto che, negli anni 60 e 70, non vi era un islamismo così appariscente come lo è stato negli ultimi venti anni: appena chiuso il durissimo periodo della guerra d’Algeria, nel 1962, la comunità nord-africana si era amalgamata, certo non senza molti e seri problemi, ma, tuttavia, senza una forte, vistosa ed estremizzata presa di posizione religiosa. Confrontando le nostre esperienze, siamo giunti alla conclusione che, forse, lasciando andare le cose, la società francese nel suo insieme ha provocato, in parte della popolazione di origine nordafricana in particolare, un sentimento di frustrazione, un senso di ghettizzazione, portandola a ricercare nell’islam integralista un’identità persa e che non si riconosceva nell’appartenenza alla collettività francese.

E tutto ciò è sfociato nella fuga verso il Daesh [termine arabo per Is o Isis o Stato Islamico, n.d.r.] di alcuni ragazzi, nati negli anni 80 e 90, vissuti spesso in situazioni sociali difficili e perturbate e, per via di una crisi economica dilagante, senza nessuna prospettiva di inserimento nel mondo del lavoro: a questo punto, per loro, è come se lo stato islamico venisse a rappresentare il fulcro della loro speranza e di questa loro identità mai sentita. Per arrivare al dramma in atto in questo momento…

Attraverso queste poche righe, sembra che venga fuori, oltre a un dolore innegabile, uno intenso sconcerto su quello che potrà essere il futuro prossimo delle nostre società, quella francese in primis, ma non solo questa, così brutalmente chiamate in causa.

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