Sabra e Shatila 28 anni dopo. Cosa è cambiato per i diritti dei palestinesi

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Una madre palestinese piange la morte dei propri figli

di Floriana Pagano per l’Altracittà

Sono passati 28 anni da quel 14 settembre del 1982. Per quelli che, come me, sono nati negli anni ’70, sono gli anni della guerra in Libano. Non c’era giorno in cui non arrivassero notizie di distruzioni e bombardamenti. Abbiamo conosciuto Beirut, così: per colpa dell’ennesima guerra. Il 14 settembre di quel non troppo lontano 1982, le forze israeliane entrano a Beirut Ovest in piena violazione dell’accordo promosso dagli Stati Uniti per risolvere il conflitto israelo-libanese.

Approfittando della presenza dell’esercito israeliano, i falangisti libanesi, potente movimento politico-religioso, cristiano-maronita, entrarono nei campi profughi palestinesi di Sabra e Shatila, alla periferia di Beirut, compiendo una carneficina che costò la vita a tantissimi innocenti. Si dovevano stanare i terroristi palestinesi, veri o presunti che fossero. Ma la realtà fu un’altra: le vittime furono tra le 1000 e le 3000 persone e tra queste, la maggioranza donne e bambini trucidati sotto lo sguardo di Israele, guidata dall’allora Ministro della Difesa Ariel Sharon. Ancora oggi, le condizioni dei profughi palestinesi nei campi di Sabra e Shatila così come di altri campi profughi libanesi, sono assai precarie.

Si vive in condizioni di povertà, senza l’uso sicuro dell’acqua potabile e con un unico grande sogno; quello di poter tornare, un giorno, nella propria terra: la Palestina. Espulsi o scappanti dal 1948, anno di nascita dello Stato di Israele e dalle successive guerre, i profughi palestinesi in Libano non hanno diritti: non possono uscire dai campi senza un permesso speciale, non hanno diritto alla proprietà, non hanno accesso ai servizi di assistenza sanitaria. Fino a poco tempo fa, i palestinesi in Libano, non avevano accesso a molte professioni. Lo scorso 17 agosto, però, qualcosa sembra possa dare nuove anche se piccole speranze agli oltre 400.000 palestinesi che vivono nel paese dei cedri.

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Beirut, 28 anni dopo la guerra

Si tratta di una legge che concede ai palestinesi gli stessi diritti lavorativi che vengono garantiti agli altri stranieri anche se ne preclude ancora l’accesso alle libere professioni come l’avvocato, l’ingegnerre o il medico. Un tentativo importante che arriva dopo 60 anni e che vede già schierati favorevoli e contrari. Se, da una parte, questa legge potrebbe costituire un passo in avanti verso il miglioramento della vita dei profughi palestinesi, dall’altro c’è chi parla di normalizzazione della situazione dei rifugiati e di un allontanamento dalla possibilità concreta di poter, un giorno, ritornare in patria.

Il dibattito è aperto e la strada per il riconoscimento dei diritti, ancora tanto lunga. I palestinesi sono discriminati ma in Libano, dove la componente cristiana, pur essendo numericamente minoritaria, è assai potente, tanti si interrogano sul perché questo paese debba farsi carico dei rifugiati palestinesi. La piccola Svizzera del Medio Oriente, paga il delicato equilibrio scaturito da anni di guerra civile e si regge ancora su un precario equilibrio di potere tra sciiti, sunniti, drusi e cristiani.

0 Comments

  1. Laura

    Un ragazzo di 21 anni lotta tra la vita e la morte dopo essere stato colpito questa mattina all’addome da un proiettile dum dum (illegale a livello internazionale), sparato da un soldato di Tsahal. Vittorio Arrigoni, primo testimone oculare dell’accaduto, ha riferito che egli stesso e il ragazzo stavano partecipando a un corteo pacifico di protesta contro l’avanzare degli insediamenti coloniali di Israele in terra palestinese, quando alcuni soldati hanno aperto il fuoco.

    Fonti: Vittorio Arrigoni, Repubblica

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